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 La battaglia di Francia.

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Sven Hassel
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Sven Hassel

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MessaggioTitolo: La battaglia di Francia.   La battaglia di Francia. EmptyVen 15 Lug - 16:58:55

Situazione alla vigilia dell'attacco: "la strana guerra"


Dopo aver annichilito la Polonia in meno di due settimane, le truppe tedesche non passarono, tra l'ottobre del 1939 ed l'aprile del 1940, immediatamente all'azione contro la Francia, come invece tutti si aspettavano accadesse; i due rispettivi schieramenti si fronteggiano senza che nulla accada, al riparo delle linee fortificate (la Maginot francese e la Sigfrido tedesca): è una "strana guerra", senza battaglie, morti o prigionieri, e soprattutto molto diversa, per la sua esasperata lentezza e noia, dalla fulminea campagna scatenata ad est.
Nell'attesa delle scoppio delle ostilità, divengono palesi i contrasti tra le due diversissime strategie dei due belligeranti: se da un lato l'esercito francese rimaneva ancorato ai vecchi dettami della strategia classica, e si rassegnava ad un ruolo prettamente difensivo misconoscendo le straordinarie possibilità offerte dell'arma corazzata, i tedeschi sicuramente non avevano questo difetto.


Già a partire dal 1937, infatti, il generale Guderian aveva diffuso e reso esecutive le sue teorie strategiche circa l'impiego dei carri armati come arma non più di accompagnamento e di protezione della fanteria, ma come mezzo di attacco puro ed in grado di effettuare sfondamenti veloci e finora impensabili. Nella sua fondamentale opera Achtung! Panzer! pubblicata appunto nel 1937, Guderian descriveva ottimamente la situazione dei belligeranti del '40, presentando una opposizione di due eserciti, uno disposto in una uniforme posizione difensiva e con i carri armati suddivisi lungo la linea del fronte, ed uno invece che aveva raggruppato le sue forze corazzate in potenti e veloci formazioni. L'intuizione di Guderian fu di comprendere che il carro armato offriva la velocità e la resistenza necessarie ad effettuare un'avanzata a velocità vertiginosa e che fosse perciò in grado di formare una breccia incolmabile dal nemico: prima del carro armato, infatti, uno sfondamento era effettuato da truppe di fanteria o di cavalleria, che avevano non solo una velocità di movimento molto inferiore, ma che inoltre nel giro di pochi giorni sarebbero state troppo esauste per proseguire l'attacco, permettendo così all'avversario di chiudere la breccia. Il carro armato invece, offriva appunto l'autonomia e la potenza per poter polverizzare in un punto lo schieramento avversario, piombare alle spalle della vecchia linea del fronte, ed effettuare accerchiamenti così rapidi da risultare fatali e non ostacolabili. L'intuizione tedesca, che portò alla costituzione della divisioni Panzer, non fu invece recepita in Francia.

Solo il futuro generale De Gaulle, infatti, predicava dal '34, pur rimanendo del tutto inascoltato, che la difesa della Francia non poteva essere solo quella statica della Linea Maginot, affermando che "il motore attribuisce ai mezzi moderni di distruzione una potenza, una velocità ed un raggio d'azione tali che la guerra sarà, presto o tardi, contraddistinta da movimenti, sorprese, irruzioni, inseguimenti, i quali, per ampiezza e rapidità, supereranno di gran lunga quelli degli avvenimenti più folgoranti del passato". Egli proponeva dunque la costituzione di un corpo d'armata meccanizzato, con 100000 effettivi, dotato di divisioni corazzate con 3000 carri armati, protetto dall'aviazione da ricognizione, caccia e assalto, da artiglieria pesante e contraerea, che su un fronte di 50 chilometri potesse avanzare di altrettanto durante un giorno di combattimento.
Queste intuizioni sono tutt'altro che condivise dagli altissimi comandi: durante le manovre di Metz del '37, il tema proposto prevede l'impiego dei carri, ed il generale Giraud chiede a De Gaulle quale sarà la sua manovra, ed il colonnello gliela illustra. Spazientito, Giraud insiste: "Insomma, qual è il vostro obiettivo entro sera?". "Arrivare a Pont-à-Mousson". "Ma è a 80 chilometri, ed in più bisogna attraversare la Seille". "Eppure è possibile". Gli replica Giraud: "No De Gaulle. Finché io avrò un comando, voi, con me, avanzerete al passo della fanteria".



Dal Fall Gelb al Sichelschnitt

L'attacco decisivo sul fronte occidentale inizia, per i tedeschi, con un colpo di sfortuna: il 10 gennaio '40, dopo una serie di rinvii dovuti soprattutto al freddo eccezionale di quell'inverno ma anche in attesa di una improbabile soluzione pacifica del conflitto, Hitler fissa al giorno 17 l'inizio dell'offensiva decisiva contro la Francia. Ma lo stesso giorno, un piccolo aereo da collegamento tedesco che ha perso la rotta a causa del maltempo è costretto ad un atterraggio di fortuna in territorio belga, vicino ad un paese a sedici chilometri da Maastricht. Ai tre soldati belgi subito accorsi in bicicletta, si presenta uno spettacolo curioso: dei due membri dell'equipaggio, entrambi incolumi, uno, nascosto dietro un cespuglio, sta cercando affannosamente di bruciare delle carte, ed è proprio il fumo di questo piccolo falò a richiamare l'attenzione dei militari sulla sua persona, che è quella del maggiore Reinberger, ufficiale di collegamento presso una squadra aerea, e sulla sua borsa, una borsa di cuoio giallo zeppa di documenti segretissimi riguardanti il piano tedesco per l'invasione del Belgio e dell'Olanda. Quei piani appunto che lo sfortunato ufficiale, maledicendo il giorno in cui aveva accettato un passaggio sull'aereo di un collega diretto a Colonia con un carico di biancheria da lavare, stava invano cercando di distruggere.
La notizia dell'aereo costretto ad atterrare in territorio belga con i piani dell'invasione, arriva a Berlino nella nottata del 10 gennaio, e fa piombare il comando tedesco nella costernazione più profonda: Hitler, furibondo, silura un paio di ufficiali, poi si consulta con il generale Jodl (capo di stato maggiore dell'OKH, il comando supremo dell'esercito) e con il maresciallo Goring (comandante dell'aviazione), per decidere se proseguire secondo i piani o rinviare tutto. Si decide di proseguire, dato che mancava meno di una settimana all'attacco e belgi e francesi non avrebbero avuto tempo di organizzarsi. Col passare dei giorni cresce l'incertezza: "Se il nemico è in possesso di tutti i documenti, la situazione è catastrofica", dice Jodl la mattina del 12; Hitler, sempre più incerto, decide il 13 un rinvio di qualche giorno, benché il servizio segreto gli garantisca che tutti i documenti sono stati ridotti in cenere. Le notizie di una mobilitazione parziale in Belgio e Olanda, unita alle sfavorevoli previsioni meteorologiche, spingono alla fine per un rinvio a tempo indeterminato: dai documenti tedeschi emerge infatti che se le cattive condizioni del tempo ebbero un certo peso nella decisione, ed altrettanto ne ebbe la riluttanza dei generali tedeschi a lanciare un'offensiva in pieno inverno, il motivo principale che indusse Hitler a rinviare l'attacco fu che egli si rese conto di non poter più contare sul fattore sorpresa, giacché Belgio e Olanda si stavano rapidamente preparando alla difesa, e sarebbero sicuramente stati aiutati dalla Francia. Hitler disse quindi a Jodl che l'intera operazione doveva essere rielaborata di nuovo con altri criteri, in modo da garantirsi la segretezza e la sorpresa. E' a questo punto che sale alla ribalta tra gli strateghi tedeschi ed ottiene la incondizionata approvazione di Hitler, il piano elaborato a suo tempo dal generale von Manstein, che ha già un nome in codice (Sichelschnitt, cioè Colpo di falce): l'obiettivo non era più quello di conquistare qualche base aerea e navale lungo la manica, come prevedeva il piano caduto in mano ai belgi, e che era denominato Fall Gelb, cioè Caso Giallo (in pratica un aggiornamento del piano di invasione usato nel 1914 dalla Germania imperiale), bensì di sfondare nelle Ardenne, ai lati di Sedan, per passare la Mosa e spingersi fino ad Abbevile, sulla Manica, tagliando fuori il grosso del nemico nelle Fiandre. Annientate queste forze, sosteneva von Manstein, sarebbe stato facile sbaragliare il resto dell'esercito francese: "Mein Fuhrer, noi non vogliamo sconfiggere il nemico, ma distruggerlo".


Di fronte alla prospettiva di un attacco tedesco, le linee guida della strategia francese sono quelle del 1919, e cioè risparmiare vite umane per non ripetere la carneficina della prima guerra mondiale, e tenere il conflitto lontano dal suolo francese; per raggiungere questi obiettivi, avevano ammassato le loro forze ai confini del Belgio, pronti ad entrare in quel paese non appena i tedeschi ne avessero violato la neutralità. Alle linee di questa strategia, che continua a prevedere un'offensiva tedesca in Belgio anche quando l'OKH ha cambiato radicalmente i suoi piani, il comandante in capo delle forze alleate generale Gamelin resta fedele contro ogni avvertimento: e bisogna dire che certo gli avvertimenti non mancavano, dato che già durante l'inverno e l'inizio della primavera si erano avuti parecchi indizi del fatto che il centro di gravità delle forze tedesche stava spostandosi da nord a sud, e lo spionaggio alleato non aveva mancato di notare che il numero delle divisioni tedesche concentrate lungo le frontiere del Belgio e del Lussemburgo era più che raddoppiato. Già in marzo, dunque, lo schieramento delle truppe e delle forze corazzate tedesche avrebbe dovuto far pensare che l'attacco principale dovesse avvenire al centro del fronte, tra Sedan e Namur, proprio là dove i francesi erano più deboli; inoltre l'8 marzo il re del Belgio Leopoldo informava il suo governo che i tedeschi avrebbero attaccato "attraverso le Ardenne in direzione di Dinant-Saint-Quentin, con l'obiettivo di isolare da Parigi le forze alleate penetrate nel Belgio e di spingerle verso Calais", esattamente come avverrà! Tra il 3 e il 9 maggio, olandesi belgi e francesi sono letteralmente inondati di rapporti che riferiscono dove e quando i tedeschi avrebbero attaccato. Il 3 maggio è il colonnello Oster, ufficiale dell'Abwehr e membro della resistenza tedesca (poi fucilato dopo il complotto del 1944), ad informare l'addetto militare olandese a Berlino colonnello Sas, che il suo paese sta per essere aggredito. Il 4 il nunzio apostolico avverte il re del Belgio che secondo il Vaticano è imminente l'offensiva; due giorni dopo il Papa conferma la notizia alla principessa Maria José, che si affretta a trasmetterla al fratello Leopoldo. La notte tra il 7 e l'8 maggio un pilota dell'aviazione francese, rientrando da un volo di propaganda su Dusseldorf, riferisce di aver visto una colonna corazzata tedesca lunga quasi cento chilometri in marcia verso le Ardenne. L'8 maggio due messaggi cifrati dell'ambasciata belga a Berlino raggiungono a Bruxelles: nel primo l'ambasciatore informa che l'ultimatum per il Belgio è in preparazione, mentre nel secondo l'addetto militare assicura che l'alto comando tedesco ha già impartito l'ordine di lanciare l'offensiva. Nessuno di questi avvertimenti è raccolto dal governo francese, che li considera un frutto dell'abile propaganda tedesca.
Il 9 maggio a mezzogiorno, Hitler fissa definitivamente l'attacco per le ore 5.35 del giorno dopo, mentre a Parigi Paul Reynaud (il primo ministro francese) sta chiedendo la testa del generale Gamelin, per la passività da lui dimostrata durante l'invasione tedesca della Norvegia: lo scontro tra il primo ministro ed il suo generalissimo si concluderà con le dimissioni di entrambi, analogamente a quanto avveniva in Inghilterra, dove Chamberlain era caduto e Churchill si accingeva a sostituirlo, tutto ciò mentre il più grande esercito mai messo insieme dalla Germania stava per investire il punto più debole dello schieramento francese con la forza di un ariete. Quella sera alle 21 viene trasmessa a tutti i comandi la parola d'ordine che farà scattare l'operazione militare; mezz'ora dopo, a Berlino, Oster raggiunge Sas, che lo aspetta all'ombra di un viale: poche parole "il maiale (Hitler) è partito per il fronte occidentale. Speriamo di vederci ancora dopo la guerra". Pochi istanti dopo all'Aja squilla il telefono del ministro degli Esteri: è il capo dello spionaggio olandese con un laconico messaggio da Berlino: "Domani all'alba; resistete forte".

La battaglia di Francia


I due eserciti che nella notte tra il 9 e il 10 maggio '40 stanno per iniziare quella che passerà alla storia come Battaglia di Francia, sono numericamente quasi uguali: alle 140 divisioni schierate dai tedeschi, si contrappongono le 144 divisioni alleate (101 divisioni francesi, 22 belghe, 10 olandesi e 11 del corpo di spedizione inglese). Lo stesso equilibrio di forze esiste nelle Fiandre e nelle Ardenne, dove avverrà lo scontro decisivo, ed in cui i tedeschi mandarono all'attacco due gruppi di armate comprendenti 74 divisioni, 10 delle quali corazzate, a cui gli alleati opponevano 81 divisioni in tutto. Come riconoscerà il generale Gamelin nelle sue memorie, "c'era parità di forze tanto sul fronte attaccato quanto su quello stabile". Equilibrio vi era anche nel numero dei mezzi corazzati: l'esercito francese disponeva di circa 2300 carri moderni, cui vanno aggiunti i quasi 300 degli inglesi, mentre i panzer tedeschi che, trascinati da Rommel e da Guderian, in dieci giorni raggiungeranno la Manica, non sono sette o ottomila, ma appena 2600, e quasi tutti meno potenti dei francesi. Il confronto sul campo, in realtà, potrebbe risolversi a vantaggio di questi ultimi, ma mentre i francesi non sanno usare i loro carri armati, i tedeschi al contrario hanno fatto di questa tecnica una vera e propria arte.
Laddove infatti i generali francesi non hanno capito l'importanza dell'arma corazzata e sono rimasti ancorati alla vecchia idea residuo della prima guerra mondiale, che i carri armati si impiegano in appoggio alla fanteria, i tedeschi li hanno raggruppati in dieci celeri divisioni corazzate, che al momento giusto si trasformarono in altrettanti robustissimi arieti. Anche sul piano dell'aviazione le forze più o meno si equivalgono, anche se i tedeschi hanno circa il doppio dei bombardieri alleati, mentre questi ultimi dispongono di più caccia: complessivamente, però, entrambi schierarono, alla vigilia dell'attacco, circa 3000 aerei moderni.

L'Olanda, con il suo piccolo e debole esercito di 250.000 uomini, contava di difendersi allagando ampi tratti del proprio territorio e distruggendo tempestivamente i ponti sui canali: il piano era facile da prevedere, ed Hitler, per sventarlo, ordina ai suoi generali di agire di sorpresa e con la massima rapidità. Il 10 maggio dunque, dopo che gli aerei della 2ª Luftflotte di Kesselring hanno spazzato a colpi di mitragliatrice le vie di Rotterdam e dell'Aja, le truppe aviotrasportate di von Sponeck appoggiate dai paracadutisti di Student, atterrano negli aeroporti e nei dintorni dei principali porti olandesi: due di essi cadono prima di mezzogiorno, mentre i pochi aerei dell'aviazione olandese giacciono distrutti sulle piste bombardate: è la prima volta che si cerca di conquistare un paese dal cielo. La sera dell'11 maggio, ad appena 48 ore dall'inizio dell'offensiva, l'Olanda sta cedendo: i suoi soldati sono in fuga dappertutto, ed il panico dilaga, mentre si vocifera di una quinta colonna, e si comincia a gridare al tradimento: sarà il leit motiv dell'intera campagna di Francia. Il 13 maggio la guerra in Olanda è praticamente finita, mentre solo Rotterdam resiste ancora, e quella sera il generale von Kuchler, comandante della 18ª armata tedesca, ordina alle sue truppe di infrangerne la resistenza "con ogni mezzo". Ci pensa Hermann Goring: la mattina dopo, mentre un ufficiale tedesco si presenta per consegnare al comandante della piazzaforte l'intimazione di resa, il capo della Luftwaffe ordina a Kesserling di compiere su Rotterdam un bombardamento a tappeto, senza curarsi che intanto erano iniziate le trattative per un "cessate il fuoco"; verso mezzogiorno un ufficiale olandese raggiunge il comando tedesco, e ne riparte un'ora dopo con le condizioni della resa: a questo punto il generale Schmidt vorrebbe forse fermare i bombardieri, ma il suo ordine non arriva o rimane inascoltato, e gli Heinkel 111 di Kesserling sono già in volo. Furono davvero lanciati, come sosterrà il generale Schmidt, i razzi rossi che dovevano fermare i bombardieri? I tedeschi hanno sempre sostenuto di aver fatto il possibile per annullare l'incursione, e di non esserci riusciti, e a Norimberga Goring e Kesserling negheranno di essere stati avvertiti che erano in corso trattative per la resa. Alle 14 di quel giorno di maggio, sessanta Heinkel 111 lasciano cadere sul vecchio centro di Rotterdam: da una fabbrica di margarina, colpita in pieno, un fiume d'olio e di grassi incendiati si riversa nelle strade formando un mare in fiamme, davanti a cui la popolazione fugge terrorizzata: venti minuti dopo, quando gli aerei tedeschi se ne vanno, i morti sono quasi 900, migliaia i feriti e 78000 i senzatetto. L'opinione pubblica mondiale è sconvolta dalla brutalità dell'azione, ma in tedeschi hanno ottenuto ciò che volevano, cioè la capitolazione. In soli cinque giorni la 18ª armata di von Kuchler ha completato l'opera dei paracadutisti. La resa ufficiale avverrà la mattina seguente; il 15 maggio anche la sorte del Belgio è segnata, anche se capitolazione formale sarebbe avvenuta solo dopo due settimane, ed il generale Billotte, resosi conto della gravità dello sfondamento tedesco sulla Mosa, aveva dato l'ordine di ritirata. Per non farsi infilare sulla destra, tutto il fronte alleato doveva arretrare sulla Schelda, ed il ripiegamento sarebbe stato completato il 19 maggio.
Come mai in meno di una settimana i tedeschi hanno sfondato anche nel Belgio? Non disponevano i belgi, a nord di Liegi, di una delle fortezze tra le più solide al mondo? E non hanno, nel Canale Alberto, un ostacolo contro il quale la marcia degli aggressori avrebbe dovuto arrestarsi? La presa del forte di Eben-Emael, il fiore all'occhiello dell'apparato difensivo belga, è forse l'esempio più classico di come funzioni la Blitzkrieg (cioè la cosiddetta guerra lampo). Alle 4.30 del 10 maggio un distaccamento di guastatori tedeschi decolla dall'aeroporto di Colonia a bordo di 11 grossi alianti trainati da Junkers 52. Nel cielo di Aquisgrana, a 2800 metri di altezza, gli Junkers sganciano gli alianti, e proseguono il volo effettuando un lancio di paracadutisti fantoccio imbottiti di fuochi artificiali per confondere i difensori. Le sentinelle di Eben-Emael sentono i colpi della contraerea olandese ma non riescono a vedere niente, mentre gli alianti, silenziosi come uccelli notturni, sono sopra di loro quando è ormai troppo tardi per respingerli. Atterrati di sorpresa sul tetto della fortezza, i guastatori tedeschi balzano dagli alianti e si gettano sui belgi; usando potenti cariche esplosive ed i lanciafiamme, mettono rapidamente fuori uso cannoni e torrette. In pochi minuti la fortezza più solida d'Europa è accecata e resa inoffensiva; poi dagli spalti, gli 85 uomini venuti dal cielo tengono a bada per ventiquattr'ore i 1200 uomini della guarnigione, fino all'arrivo dei rinforzi. Intanto, poco lontano dalla fortezza, due dei tre ponti sul Canale Alberto sono catturati intatti da un'altra unità di guastatori: il colpo, suggerito da Hitler a Student, è riuscito perfettamente, ed ha permesso al 16° corpo corazzato del generale Hopner di spingersi in poche ore molto avanti in territorio belga; vale la pena di notare, come fece in seguito osservare Student allo storico inglese Liddell Hart, che "in tutto lo scacchiere belga-olandese gli unici ponti che i difensori non riuscirono a far saltare sono stati quelli conquistati dai paracadutisti: tutti gli altri sono stati distrutti secondo i piani".



Il pomeriggio del 12 maggio, terzo giorno dell'offensiva, i tedeschi raggiungono la Mosa: sono avanzati di 120 chilometri in tre giorni ed investono un fronte che, da Dinant a Sedan, ha un'ampiezza di 128 chilometri. Più che un'operazione militare era stata, fino a quel punto, una marcia di avvicinamento, dato che i lussemburghesi non avevano opposto resistenza, i belgi si erano sganciati prima del loro arrivo e solo i francesi avevano tentato debolmente ed inutilmente di opporsi. Il problema principale, per i tedeschi, non era stato tattico, ma organizzativo, un problema di rifornimenti, percorsi, orari, risolto con precisione tutta teutonica ma che avrebbe potuto avere una soluzione ben diversa se, mentre avanzavano lungo le strade tortuose delle Ardenne, le vulnerabilissime divisioni corazzate tedesche fossero state attaccate dal cielo o dai versanti dei colli: come scrisse lo storico americano Shirer, "pochi pezzi di artiglieria anticarro nascosti nella fitta boscaglia, avrebbero potuto seminare lo scompiglio tra quelle colonne interminabili di veicoli che avanzavano l'uno attaccato all'altro. Ma i generali francesi evidentemente non pensarono neppure alla possibilità di adottare tale tattica, e questi attacchi non furono effettuati". Infatti il 12 maggio il generale Halder, capo di stato maggiore dell'OKW, annota nel diario "Aviazione nemica sorprendentemente cauta". E' il primo miracolo del "santo patrono" dei tedeschi, la mancata concretizzazione di un attacco aereo franco-britannico, sempre sospesa sul loro capo. Il generale Blumentritt dichiarò a fine guerra che "in quel momento temevamo le forze aeree alleate. Se voi aveste attaccato quelle enormi colonne, si sarebbe determinata una confusione spaventosa. Per esempio sul Semois rimanemmo bloccati per ventiquattr'ore, senza che vi fosse alcuna resistenza da parte francese: l'ingorgo poté essere individuato e districato solo da un ufficiale che sorvolò la zona in aereo": è facile immaginare cosa sarebbe successo se su quell'aereo, al posto di un ufficiale tedesco, ci fosse stato un carico di bombe alleate.


... la caduta di Sedan


Alle 16 del 13 maggio, dopo che cinque ore di bombardamenti ininterrotti avevano logorato i nervi dei fanti e degli artiglieri francesi appostati sull'altra riva della Mosa, i fucilieri della prima divisione panzer attraversano il fiume, ed espugnano le prime casematte: fino alle 18 tutto sembra sotto controllo, la piccola testa di ponte tedesca è formata da pochi battaglioni di fanteria, che non sono ancora riusciti a far passare sull'altra sponda un solo carro armato o un solo pezzo d'artiglieria, mentre i francesi hanno cannoni e carri armati per respingere il nemico. Invece tra le 18 e le 19 crolla tutto: i primi carri armati tedeschi passano il fiume su un ponte di barche alle sei della mattina dopo, quando i francesi non sono ancora riusciti ad organizzare un contrattacco. La linea della Mosa, sulla quale i tedeschi si aspettavano di incontrare un'accanita resistenza, si è rivelata quasi inesistente; è il secondo miracolo, dirà Blumentritt, di quel folgorante inizio dell'offensiva. La sera del 15 maggio la battaglia della Mosa è perduta, e resta soltanto un interrogativo: i francesi hanno perduto una battaglia o tutta la guerra? Il generale Menu scriverà, a tal proposito, che alle sedici del 15 maggio "per noi la guerra era definitivamente perduta". Solo allora comincia ad insinuarsi, nell'alto comando francese, ottimista fino a quel momento, un senso di paura, che il giorno dopo sarà vero e proprio panico: la notizia che le truppe in ritirata sono arrivate a Compiègne, pochi chilometri a nord di Parigi, lascia Gamelin stupefatto. Mentre la popolazione è tenuta all'oscuro di tutto da una censura che cancella l'avverbio "quasi" a chi dice che la linea difensiva Maginot è "quasi inespugnabile", il governo è colto dal panico, ed il primo ministro francese Reynaud telefona a Churchill spiegandogli che "la battaglia è perduta". Il primo ministro inglese vola il giorno dopo a Parigi, per una riunione di comandanti dell'esercito e politici alleati: l'atmosfera è greve, in una sala del Quai d'Orsay, tutti sono in piedi, sul volto di ciascuno è dipinto un estremo abbattimento. Gamelin, ritto davanti ad una carta geografica dove spicca, lungo la linea nera del fronte "la piccola ma sinistra protuberanza" di Sedan, spiega ciò che è successo, mentre permane un solo dubbio, cioè se i carri tedeschi punteranno verso la Manica o verranno deviati su Parigi. Le parole del comandante in capo sono accolte da un lungo silenzio, rotto da una domanda di Churchill: "dov'è la riserva strategica?". Il primo ministro britannico voleva sapere dove si trovava la massa di manovra con la quale i generali francesi avrebbero potuto tentare di chiudere la falla. La risposta di Gamelin gli tolse ogni speranza: "La massa di manovra? Non esiste". Churchill rimase a bocca aperta, e confessò poi che era stata "una delle più grandi sorprese della mia vita".


Fedeli al piano Manstein, e appena disturbati nell'avanzata dai contrattacchi del colonnello Charles De Gaulle, uno dei pochi ufficiali francesi che abbiano capito come si dovevano usare i carri armati in guerra, i tedeschi scelgono la via del mare. La soddisfazione dei generali per l'andamento della campagna è turbata solo da una vaga apprensione: stupisce l'assenza di una controffensiva e preoccupa l'ampiezza del fianco meridionale del 19° corpo corazzato, sempre più vasto e scoperto via via che i carri fuggono verso la costa lasciandosi dietro la fanteria. Hitler è sempre più inquieto, e, non sapendo che le tre divisioni corazzate francesi sono state ridotte all'impotenza, teme un attacco laterale. Il 17 maggio Guderian riceve improvvisamente l'ordine di fermarsi; sbalordito, reagisce chiedendo l'esonero dal comando, ma la sosta dura poco, e il 20 maggio segna la fine della corsa verso il mare: quella sera la 2ª divisione panzer raggiunge Abbeville, alla foce della Somme. Le truppe alleate del nord sono in trappola, il loro ripiegamento sulla Schelda è finito da ventiquattr'ore, ma ora si prospetta un pericolo più grande, dato che i tedeschi hanno completato la manovra di accerchiamento e minacciano di prenderle alle spalle. Il 20 maggio è anche il giorno del passaggio delle consegne tra il vecchio e il nuovo comandante in capo dell'esercito francese: Gamelin è stato silurato la sera prima da Reynaud, dopo molte titubanze ed esitazioni; il primo ministro francese, che aveva già chiesto la sua testa alla vigilia dell'offensiva si è stancato dell'inerzia del generalissimo, ed ha deciso di sostituirlo. A 78 anni Gamelin esce di scena: è stato un ufficiale intelligente, ma fatuo, colto ma indeciso, un brillante stratega (tale era giudicato anche dai tedeschi) che non aveva capito nulla della strategia nemica. Il suo successore, richiamato in patria dalla Siria dove comandava le forze francesi in oriente, ha 73 anni e si chiama Maxime Weygand. Le sue prime parole, quando gli furono mostrate per la prima volta le carte con le posizioni dei tedeschi, furono: "Se avessi saputo che la situazione era tanto grave, non sarei venuto". Si cominciava bene...
Con lui, nella speranza di tirare su il morale dei suoi connazionali, il primo ministro richiama in patria un altro "monumento", il maresciallo Pétain: se Weygand era considerato "il brillante collaboratore del maresciallo Foch, l'architetto della vittoria alleata nel 1918", Pétain è il vincitore di Verdun. Reynaud, che lo vuole accanto come vicepresidente del consiglio, evidentemente non sapeva che l'ottantaquattrenne maresciallo aveva detto a Franco, poco prima di lasciare Madrid, queste parole: "il mio paese è stato sconfitto, e mi richiamano per far la pace e firmare un armistizio... Questo è il risultato di trent'anni di marxismo": nasce il partito della "pace separata".
Nel frattempo però il re del Belgio ha già deciso che la guerra era perduta, e decide la resa senza avvertire i suoi alleati: per Weygand è un fulmine a ciel sereno, mentre Reynaud denuncia la capitolazione (avvenuta il 28) come un "atto senza precedenti nella storia". Lord Gort, capo del corpo di spedizione britannico, reagisce con albionica compostezza, ma in realtà il più inguaiato è lui: la capitolazione belga apre una falla nella cinta difensiva della sacca, e rende ancora più precaria la situazione dei suoi uomini, che la sera del 26 maggio hanno iniziato a lasciare la Francia. Ma la fortuna, questa volta, aiuta gli inglesi, e quello di Dunkerque è uno dei tanti "miracoli" della guerra, ma questa volta a farlo fu Hitler.

L'avanzata tedesca su Dunkerque

Dell'impresa di Dunkerque Churchill dirà, parlando alla Camera dei Comuni, che il suo nome "risplenderà per sempre nella storia del nostro Paese", affermando in questo modo che quella che in realtà era una sconfitta, si doveva leggere invece come l'acquisizione della consapevolezza che la guerra, anche se la Francia era stata sconfitta, non era affatto perduta per gli alleati: si è parlato appunto dello "spirito di Dunkerque" per indicare la ferrea caparbietà con cui l'Inghilterra seppe continuare a tener testa ad un nemico che allora sembrava invincibile, evitando, con la sua resa, di sancirne il definitivo trionfo.
Alla fine del maggio 1940 il Corpo di spedizione inglese e dieci divisioni della 1ª armata francese sono strette nella morsa della Wehrmacht, travolgente nella sua marcia verso la Manica. L'unica salvezza consisteva nell'imbarcarsi immediatamente per l'Inghilterra, ma dei tre porti disponibili (Boulogne, Calais, Dunkerque) solo quest'ultimo resisteva ai tedeschi, per quanto bombardato notte e giorno dall'artiglieria e dall'aviazione di Goring.
Eden, ministro inglese della guerra, dà così il via alla "Operazione Dinamo", il cui inizio si rivela un terribile fiasco: alla fine del primo giorno gli evacuati sono solo 7669, ma poi il numero aumenta, il 28 maggio sono 17084, l'indomani 47310, il 30 maggio 53823, e il 31 ben 68014. La Luftwaffe e le batterie di Calais rovesciano su Dunkerque valanghe di bombe, le perdite sono gravissime ma si continua, senza respiro. Una volta lasciato il porto, le navi devono affrontare insidie mortali, come gli aerei tedeschi, ed i sottomarini di Doenitz che vengono fatti accorrere alla massima velocità dal mare del nord. Il mare, vecchio amico dell'Inghilterra, rimane calmissimo: la minima risacca avrebbe impedito l'uso delle spiagge, e ridotto a metà l'evacuazione.
Il 29 maggio un violentissimo bombardamento terra-cielo si abbatte su Dunkerque, paralizzando le operazioni di sbarco: i soldati si gettano a nuoto per raggiungere le chiatte, parecchi annegano, la corsa alle imbarcazioni diventa frenetica, furiosa. Contemporaneamente l'ammiragliato, rendendosi conto che le perdite sono tali da portare l'Inghilterra alla impossibilità di tenere vive le sue rotte di comunicazioni essenziali, ordina di sottrarre all'Operazione Dinamo le imbarcazioni più moderne; a mezzogiorno del 30 maggio però, l'ammiraglio Ramsey, coordinatore della evacuazione, invia all'Alto comando un rapporto così drammatico della situazione che nel pomeriggio sei cacciatorpediniere moderni tornano a prestare il loro aiuto, e l'ordine viene annullato.
Il 1° giugno è il sabato maledetto, con i tedeschi a due chilometri ed il panico che diventa totale: una moltitudine di soldati corre lungo il litorale, migliaia di uomini sfiniti dalla fame e dal terrore, laceri, cercano una via di scampo tra il crepitio delle mitragliatrici, gli scoppi delle bombe e l'urlo degli aerei. Sono ore di estrema tensione, ma alle 23.30 del 2 giugno il comandante in capo inglese può trasmettere l'atteso messaggio: "Il corpo di spedizione è stato evacuato". L'ultima nave salpa il 3 giugno, un'ora prima del sorgere del sole, alle 3.40: mentre sparisce dietro una cortina fumogena, i tedeschi irrompono sulle spiagge di Dunkerque. A loro disposizione resta un bottino di incredibili dimensioni, tutta l'artiglieria ed i mezzi pesanti britannici scampati alle bombe sono abbandonati sulla costa.
Tutti gli storici si sono arrovellati su un punto, in questa vicenda: perché Hitler ha fermato la corsa delle sue divisioni corazzate, rendendo così possibile agli inglesi l'evacuazione di buona parte del loro esercito? Tra le molte risposte azzardate, taluni sostengono l'idea di una sorta di "concessione" fatta alla Gran Bretagna, un atto di generosità in cambio della firma di un armistizio; tale ipotesi si rivela però forse temeraria, o quanto meno puramente teorica. Viceversa, è più probabile che la motivazione sia da individuare nel timore di un contrattacco francese, che l'alto comando tedesco continuava a ritenere imminente e inevitabile. Per una volta probabilmente fu la troppa prudenza a far sbagliare valutazione ad Hitler; purtroppo per la Germania ed il suo esercito, invece, quasi tutti gli errori successivi furono causati da eccessi di temerarietà, costati un grave prezzo in vite umane.

Ultimo atto: i tedeschi a Parigi

Lo storico inglese Liddell Hart ha scritto che la Francia fu conquistata da Hitler a dispetto dei suoi generali, poco inclini ad accettare gli azzardi del piano poi rivelatosi vincente. In compenso, però, fu lo stesso Hitler, più che l'esercito britannico, a salvare l'Inghilterra, il tutto grazie al miracolo di Dunkerque, che aveva permesso di salvare più di 338000 uomini, di cui 220000 inglesi.
La seconda fase della Campagna di Francia inizia alle 4 del mattino del 5 giugno con la battaglia della Somme, quando un centinaio di divisioni tedesche, scaglionate su un fronte di circa 360 chilometri, partono all'attacco. In soli in quattro giorni i francesi sono sconfitti irreparabilmente sulla Somme. Già il 9 giugno i tedeschi sono a 64 chilometri da Parigi.
Lo stesso giorno, dopo che von Bock ha colpito sulla Somme, von Rundstedt lancia un violento attacco sull'Aisne. "E' un uno-due da pugile di razza", come commenta uno storico, e mette in ginocchio l'avversario: la sera dl 10 giugno anche la battaglia dell'Aisne è perduta. Il giorno seguente cade Reims ed i tedeschi raggiungono la Marna.
Una cappa di paura è caduta sulla capitale francese: il 3 giugno un'incursione a bassa quota della Luftwaffe ha colpito fabbriche ed aeroporti nella zona di Parigi. L'8 giugno la città si sveglia al rombo del cannone, e sembra in stato d'assedio. Scriverà lo storico francese Frabre-Luce: "I ristoranti erano vuoti. Il Ritz, persi gli ultimi clienti, pareva il grande albergo di una stazione termale il giorno in cui si chiudono i bagni".
Il generalissimo francese Weygand aveva dichiarato fin dal 27 maggio che Parigi sarebbe stata difesa, e così ai primi di giugno diecimila uomini vanno a rafforzare i posti di blocco istituiti nei punti di accesso alla capitale. Sugli Champs-Elysées file di autobus a cinquanta metri l'una dall'altra dovrebbero impedire eventuali atterraggi di truppe aviotrasportate tedesche. Il 9 giugno Weygand ordina di usare questa "armata di Parigi" per completare il fronte a nord della città. La sera dopo però i parigini sentono alla radio una notizia inattesa: "Per motivi militari impellenti il governo è costretto a lasciare la capitale. Il primo ministro è in viaggio per il fronte".
L'11 giugno a Parigi il comandante della città, generale Héring, convoca i prefetti ed i capi della polizia: le sue parole sono categoriche, "la capitale sarà difesa fino alla fine". Non sa però che il giorno precedente Weygand ha cambiato idea, decidendo di dichiarare Parigi "città aperta" e di "evitare qualsiasi forma difensiva intorno alla città sulla cinta delle vecchie fortificazioni". Solo il 13 giugno Héring può informare i parigini che la città non sarà difesa: i tedeschi hanno già cominciato ad accerchiarla, ed il generale Touchon dichiara sconsolato: "E' un carosello di carri armati. Non ho niente con cui fermarli".
L'abbandono della capitale, anche se risparmia molte vite, è un altro duro colpo per il morale dei francesi: dirà poi André Maurois che "in quel momento compresi che era tutto finito. La Francia senza Parigi era come un corpo senza testa, la guerra era perduta". Mentre il generale Héring ritira le sue forze a sud della città, le prime avanguardie tedesche raggiungono la periferia nord; i grandi depositi di carburante nei sobborghi sono in fiamme, ma non si fa alcun tentativo di distruggere le fabbriche, e perciò presto gli stabilimenti della Renault, che sfornavano carri armati, e quelli Schneider-Creuzot che producevano cannoni, lavoreranno a pieno ritmo per il nemico.
Alle ore 19 del 13 giugno un inviato del comando tedesco si mette in viaggio verso la città; alle 2.20 del mattino dopo la radio di Parigi capta un messaggio del comando tedesco: l'inviato è stato ucciso da un cecchino, e, se entro le 5 un ufficiale francese non sarà a Sarcelles per parlamentare, i tedeschi attaccheranno la città. L'uomo scelto per questo incarico è un certo maggiore Devouges; condotto al comando di Ecouen, prende atto delle condizioni e le firma alle 6 di mattino: è l'alba del 14 giugno.
Il generale von Bock, giunto in città per assistere alla parata militare, sta facendo colazione al Ritz quando la bandiera con la croce uncinata sale piano piano verso la cima della Torre Eiffel.
La Francia è ormai in ginocchio, ed il 15 giugno, in seno al governo francese che va peregrinando da una località all'altra, il generalissimo Weygand sostiene che bisogna chiedere l'armistizio, perché la continuazione della lotta significherebbe la disfatta ed il caos interno. Il 17 il primo ministro Reynaud si dimette, ed il presidente della repubblica Lebrun chiede al maresciallo Petain di formare un gabinetto per negoziare la difesa.
Solo il generale De Gaulle, dimessosi il 13 giugno dal suo posto di sottosegretario alla Difesa, incita ancora a resistere, e vola a Londra per chiedere aiuto a Churchill.

L'armistizio

Il 20 giugno, dopo tre lunghi giorni di attesa, Petain riceve le istruzioni dai tedeschi per l'invio della delegazione francese di armistizio. Partita da Bordeaux nel primo pomeriggio, ostacolata dalle colonne di profughi ed all'intenso traffico militare, la delegazione raggiunge Parigi alle 7.30 della mattina dopo. Una sosta di poche ore, poi i tedeschi l'accompagnano a Compiègne; il viaggio termina, poco dopo le tre di pomeriggio, in una radura della foresta di Réthondes. Solo allora il generale Huntziger, capo della delegazione francese, capisce tutto. Davanti a lui c'è lo storico vagone letto a bordo del quale nel novembre del 1918 il maresciallo Foch e Weygand hanno ricevuto gli emissari della Germania sconfitta. La rivincita non potrebbe essere più completa.
Come nel 1919 la Francia, per umiliare la Germania, aveva scelto la sala degli specchi di Versailles dove nel 1871 Guglielmo di Prussia si era autoproclamato Kaiser, così Hitler celebra il suo trionfo nello stesso posto in cui, poco più di vent'anni prima, la Francia aveva raggiunto il suo più grande momento di gloria.

Hitler è già lì, seguito da Goring, dal Grande Ammiraglio Donitz, dai generali Keitel e von Brauchitsch, dai ministri Ribbentop ed Hess. Sul viale alberato Hitler si arresta di colpo davanti ad un cippo di marmo con un'epigrafe che ricordava il passato: "Qui l'11 novembre 1918 ha dovuto soccombere il criminale orgoglio dell'impero tedesco, vinto dai popoli liberi che esso aveva tentato di ridurre in schiavitù". Due ore più tardi quel cippo sarebbe stato fatto saltare in aria con la dinamite ed il terreno arato dai trattori. Il Führer si dirige al vagone ferroviario, che la notte prima i genieri della Wehrmacht avevano prelevato dal museo di Compiègne, dopo aver demolito le mura dell'edificio con le perforatici pneumatiche. Seduto allo stesso posto del vagone che Foch aveva occupato nel 1918, Hitler saluta silenziosamente la delegazione col braccio teso, e subito, con un cenno del capo, dà la parola a Keitel. Il generale comincia a leggere il preambolo ai 24 punti dell'armistizio che, per gli sconfitti, erano inalterabili e dovevano essere respinti o accettati quali erano. Poi, all'improvviso, Hitler si alza e si allontana col suo seguito: in un quarto d'ora la Germania nazista aveva visto vendicata la sua sconfitta del 1918. Uno dei giornalisti al seguito di Hitler scriverà: "E' infiammato di sdegno, collera, odio, spirito di vendetta, desiderio di trionfo. Si allontana dal monumento riuscendo a dare anche a quel gesto un senso di disprezzo. Un capolavoro...". Solo alle 20.30 di quella sera, da Compiègne, il generale Huntziger poté finalmente telefonare al suo comandante in capo Weygand, che si trovava col governo a Bordeaux. "Ma dove siete?" gli chiese Weygand. "Sono nel vagone", risponde laconicamente Huntziger. Il generalissimo capì al volo, ed uscì in un gemito: "Mon pauvre ami!".
Il pomeriggio passa nell'esame delle clausole di armistizio: i francesi, quando le hanno viste, hanno tirato un sospiro di sollievo: sono "dure ma non disonorevoli", dice Weygand a Pétain. La discussione in seno al governo francese si prolunga per tutta la notte e per tutto il giorno seguente. Alle 18.30 del 22 giugno il generale Keitel presenta ad Huntziger un ultimatum: o i francesi firmeranno entro un'ora, o le trattative saranno interrotte.
Huntziger informa Weygand, ed il generalissimo capitola immediatamente. Alle 18.42 tedeschi e francesi tornano a riunirsi nel wagon-lit del maresciallo Foch.

Solo De Gaulle, dall'Inghilterra dove si è rifugiato, bolla l'armistizio come "disonorevole", e ne traccia uno spietato bilancio: "due terzi del nostro territorio occupato dal nemico... il nostro intero esercito smobilitato, i nostri ufficiali e soldati prigionieri. La nostra flotta, i nostri aerei, i nostri carri armati, le nostre armi consegnati intatti, così che il nemico ha la possibilità di usarli contro i nostri stessi alleati... il paese, il governo, ridotti in schiavitù". Ma anche De Gaulle ha commesso un errore, e la potente flotta francese non è stata ancora consegnata ai tedeschi, e proprio per impedirlo gli inglesi hanno organizzato l'Operazione Catapulta, che a Mers-el-Kébir costerà centinaia di vittime francesi.
In sei settimane la guerra tra Germania e Francia è finita, ma da questo momento per Parigi cominciano i lunghi interminabili mesi della paura. Un coprifuoco non ufficiale fissa il rientro nelle case non oltre le 22; da quell'ora, nelle vie, cade il silenzio, rotto soltanto dal passo pesante e cadenzato delle ronde della Wehrmacht. La capitale riceve anche la visita di Hitler, che giunge in volo accompagnato dall'architetto Speer, e visitando l'Opèra, l'edificio preferito del Führer, oltre agli Champs-Elysées fino al Trocadero, ed al Des Invalides, dove il dittatore sosta a lungo in silenzio davanti al sarcofago di Napoleone. La sera stessa Hitler riparte, mentre Parigi sprofonda nell'inferno dell'occupazione nazista, una notte di umiliazione e di paura che durerà cinquanta mesi.

L'appello di De Gaulle ai francesi
"La France a perdu une bataille. Mais la France n'a pas perdu la guerre"

La resistenza francese comincia in un afoso pomeriggio del 17 giugno, quando il generale De Gaulle, dissociatosi dalle decisioni del suo governo, si rifugia in Inghilterra per chiedere al primo ministro Churchill un aiuto per salvare il suo Paese dalla disfatta. Vincendo l'ostilità del suo gabinetto, fu proprio Churchill a voler incontrare il generale, e a far sì che potesse pronunciare, la sera del 18 giugno, il suo famoso discorso alla BBC.
Fu così che alle 20 in punto del 18 giugno, De Gaulle, volto pallidissimo, una ciocca nera di capelli incollata dal sudore alla fronte, sedette davanti ad uno dei microfoni, e con voce profonda, dapprima fermissima poi via via venata da una leggerissima emozione, lesse da due foglietti scritti a macchina e posati su una sorta di leggio, il suo primo drammatico e trascinante appello ai francesi, indicando il mortale errore di Pétain: "I capi che da parecchi anni sono alla testa delle armate francesi, hanno formato un governo. Questo governo, preso atto della disfatta delle nostre forze armate, si è messo in contatto con il nemico per cessare i combattimenti... Ma l'ultima parola è già stata detta? La speranza deve sparire? La disfatta è definitiva? No. La Francia non è sola! Non è sola!".


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