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 Gli assassinati nel silenzio.

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Sven Hassel
Generale
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Sven Hassel

Località (indirizzo completo) : Canzo
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Gli assassinati nel silenzio.  Empty
MessaggioTitolo: Gli assassinati nel silenzio.    Gli assassinati nel silenzio.  EmptyLun 5 Dic - 21:49:25

Gli assassinati nel silenzio.

Storia e leggenda arrivata da un lontano passato mai dimenticato.

Ecco come si conduce una corretta ricerca storica partendo a voci raccolte nate da una leggenda orale tramandata fino ai nostri giorni… si possono seppellire i fatti, ma questi rispuntano dopo secoli….

… 30anni fa, una testimonianza scolastica, ascolta un’insegnante raccontare di come il paese di Canzo si liberò di un’oppressiva e scomoda presenza spagnola capace di tiranneggiare la brava gente di un piccolo villaggio alpestre….

Il fatto si rintraccia semplicemente risalendo prima di ogni supposizione casuale, sulla data dell’ingresso spagnolo nei territori del milanese, dopo la sconfitta di Ludovico il Moro contro i francesi di Carlo VII° nel 1496 incontra l’alleanza con Massimiliano d’Asburgo ritirandosi a Venezia per finire nel 1500 prigioniero dei francesi di Luigi XIII° morendo 8 anni dopo nel castello di Loches. Persa la sudditanza franco-asburgica l’intera area industriale (della seta) del milanese passa sotto la dominazione spagnola per più di 2 secoli. Quindi l’epoca dei fatti canzesi si colloca in un arco di tempo nel l500.

… per correttezza e precisione d’indagine, si devono sempre cercare le cause per capire la necessità di un’occupazione con un presidio militare in un villaggio insignificante come Canzo da parte di truppe spagnole…

Canzo all’epoca dei fatti conta un piccolo borgo nella zona chiamata San Francesco a Est della Ravella e la parte chiamata ora Sombico ( summus vicus – la parte superiore del borgo) non conta più di 25 famiglie. Poco distante e presso le cave di ferro del Ceppo Rosso, si trova ”il Maglio” per la lavorazione del metallo forgiato e la forgia del metallo significa in quel tempo armi e armature, un patrimonio sufficiente per essere presidiato e controllato dai soldati. Questo spiega come nella leggendaria e tramandata storia di una notte di sangue, ha come protagonisti degli armati spagnoli.
Il numero di questi soldati di ventura non poteva essere che di pochi armati, ma per questo meno autoritari e temuti dai paesani, forse gente semplice ma per niente avvezza a menar le mani in situazioni bellicose come la storia dei Vallassini racconta. Il nome stesso della Brianza trova radici non chiare e in molti affermano che derivi da Briant-Brigant fin dai tempi in cui i Vallassini si trovarono come “Terra fuori dello Stato” per l’impossibilità di mettere del dominio in una valle definita per secoli precedenti, abitata da “Assassini”. Che l’Insubria (terre di sopra) fosse stata  zona franca per gente di malaffare e che il vescovo-conte di Civenna ne desse protezione dietro pagamento entro i suoi confini, è fatto risaputo e riportato dalla cronache del tempo. Facile passare alla storia per tali in secoli e difficoltà talmente ardite da rasentare l’incredibile, dove la difesa del territorio significava la sopravvivenza o la morte senza un raccolto certo. Le devastazioni e le profonde ferite inferte alla valle dopo il terremoto del 1117 e le grosse alluvioni del 1177 seguite da carestie e pestilenze, non potevano che avere lasciato tracce incisive sul carattere di gente dura e pronta con le armi a difendere se stessi a piè deciso, al solo insorgere di bande organizzate. Per le vicende bellicose dei Vallassini basterebbe la conta dei numerosi castelli situati in valle che per il numero basterebbero per fare capire nel nostro tempo come si era organizzata la sopravvivenza di secoli or sono per non essere costretta a essere spazzata via. La Vallassina era nota per avere avuto ospiti illustri e principi d’Italia nel Castello di Teano dove dimorarono la regina Audefreda con il marito Teodorico appunto re, insieme al principe Corrado di Svevia.
Federico Barbarossa, forse era nei suoi piani prendere anche la Vallassina, ma sconfitto sulla piana erbese nella battaglia di Tassera non mette piede tra i Vallassini e questi di sicuro, lo aspettavano in armi.
Chi immagina la valle serena e dedita alla pastorizia, all’agricoltura e agli allevamenti di bestiame lo deludo scrivendo che nel 1600 la fauna selvatica contava l’orso nano in gran numero, daini e montoni, moltissimi caprioli, le aquile si cercava di abbatterle con l’archibugio (diploma di uso armato concesso dal ducato milanese ai tempi di Carlo V° e di Francesco II Sforza) contro faìne, lontre, lupi, la lince e i gatti selvatici (fino a 28 chili di peso) ermellini, conigli selvatici in grande quantità, volpi in gran numero e l’invasione di cinghiali a tratti periodici seguiti dallo strano fenomeno delle invasioni massicce di grossi topi che uscivano inspiegabilmente, dalle grosse fenditure lasciate da terremoto del 1117 dove razziavano distruggendo i raccolti provocando carestie di fame e peggio per il numero ucciso, portavano immediate pestilenze per mesi se non anni interi. In quest'idilliaco buon vivere si spiega l’indole decisa delle popolazioni e sul da farsi per affrontare con decisione problemi che tuttora parrebbero tavolette, come la leggenda dell’assassino spagnolo in tempi moderni dove si sono smarrite le origini dei padri e persi i valori antichi sul saper vivere in condizioni disagiate. Oggi sprechiamo quello che un tempo era giudicato sacro. L’acqua.
Dopo avere spiegato e ricordato per chi si trova per la prima volta a leggere notizie sul passato vallassino, arrivo al fatto leggendario sostenuto da una rispettata famiglia canzese residente in località Sombico, non molto distante dal famoso “Maglio” posto sotto la custodia del presidio spagnolo.

… gli eserciti e i militi di un tempo non si possono paragonare agli esempi a cui ci abituano i nostri tempi… allora, a quei tempi, una mezza dozzina di mercenari armati teneva facilmente sotto pressione e controllo anche molte persone e se Canzo contava circa 25 famiglie, i capifamiglia e figli maggiori, da un numero di 12/15 spagnoli in arme fa tornare di conto la fazioni opposte… e personalmente credo che i militi non superassero questa stima….

Sappiamo la causa che li ha condotti a Canzo, presidiano la forgiatura del metallo.
Il villaggio fu di fatto costretto al mantenimento della milizia, dando loro da mangiare e ospitando un soldato in ogni abitazione, sistema in voga durante l’occupazione militare per controllare giorno e notte i movimenti degli occupati.

… la leggenda racconta “che dopo un certo tempo”…

Di sicuro dei fatti poco edificanti per le milizie spagnole dediti a saccheggi e alle angherie, attenzioni poco gradite e perpetrate contro delle donne, portò i canzesi ben presto a cospirare la loro fine in un piano collettivo per disfarsene. L’ardire una cosa simile anche in questo fa riflettere ai giorni nostri, dove ogni necessità d’intervento è legalizzato da istituzioni preposte e dove per un tombino ingorgato, si scomodano i pompieri e carabinieri per un falso allarme partito per un colpo di vento. Canzo è abituato a sbrigare le sue faccende in silenzio e prepara un piano molto semplice quanto altrettanto pericoloso in casi di una sola parte di fallimento.

… anni e anni dopo, si leggerà su di una inscrizione posta in una sala del “castello-ristorante” di Canzo… NON TE FIDARE DI FEMINA NESUNA CHE TUTE SON DELA CASA DI MAGANZA… ebbene molto tempo dopo, spariti gli spagnoli dall’Italia l’orgoglio canzese ripropone una verità nel dichiarare sull’evento la sfiducia sulle donne… forse, perché questa parte vilmente oltraggiata e offesa ebbe il ruolo decisivo sull’impresa? … se non in tutta l’operazione, sempre secondo le mie personali indagini tratte, sempre dal sentito dire, avute da racconti individuali almeno in una parte sicuramente.

Riuscire ad uccidere contemporaneamente un numero di soldati senza che neppure uno riuscisse a dare l’allarme. Un piano del genere non è stato non cosa da poco ed in primis coinvolgeva troppa gente e se uno di questi tradiva finiva male per tutte le famiglie implicate.

… una campana da il segnale… la campana dell’eremo dei francescani? … i canzesi aborrivano il pilastrello cattolico eretto a nome della chiesa di Incino e i pilastrelli non avevano campane…
… al segnale prestabilito, contemporaneamente ogni spagnolo dev’essere ucciso!

Avere da tempo un ospite tra le mura domestiche dava la possibilità di capire le debolezze di questo, forse delle abbondanti dosi di vino hanno contribuito nel rendere facile lo sterminio, il russare dell’intruso si smorzava in un rantolo definitivo e il cadavere immediatamente sepolto sotto il pavimento per non lasciare alcuna traccia di sè e delle sue poche cose, nelle buche finirono le armi, pettorali e schienali con elmi e picche, sacche e il resto.
Tagliarono loro la gola? Si conficcò per rabbia e vendetta per gli oltraggi subiti, coltelli che spaccarono i cuori? Li strozzarono con lacci alla gola? Ipotesi valida solo per ogni abitazione che aveva un ospite sotto il tetto.

… altri furono uccisi dopo che le donne avvelenarono la fonte…

Qui un ricercatore attento scopre una falla sulla leggenda, quella del veleno nella fonte.
Ipotesi rischiosa da compiere in una notte con un segnale prestabilito. Al suono della campana i soldati si svegliarono e a turno e bevvero dalla fonte?
Presso le cave di ferro del Ceppo Rosso, la grotta chiamata Tampa ha reso i resti di ossa e vestizioni militari d’origine spagnola proprio nel secolo scorso. Buttarono i cadaveri e seppellirono l’ingresso della cavità per nascondere le tracce o si limitarono a seppellirli lasciando inalterato il tutto per non insospettire eventuali controlli?  Se per “fonte” come riporterà la leggenda postuma,  dice che le donne avvelenarono l’acqua da bere, si deve che questa fonte si trovasse o dentro la grotta oppure immediatamente adiacente al Maglio e da momento che questo strumento funzionava tramite la stessa acqua del torrente Ravella, berne le acque incontaminate e pure direttamente da questo, toglie l’ipotesi che il veleno sia stato usato per via acqua.

… delle donne avvelenarono… L’iscrizione parlava di non fidarsi di donne.

Ma cosa dice d’altro il motto apparso secoli dopo in cui parla di Maganza? Dice molto e come! Ganza si rivolge come termine alla donna “libertina”. Nel medioevo Maganza lo si deriva dal latino “mea gangia o mala gangia” (Mia moglie oppure meretrice) l’etimo latino fa derivare in italiano antico, i termini “ganzo” (giovane scapestrato) e “ganza” (amante latina). Perciò l’eccidio vede la partecipazione di donne in compiacenza forzata o comunque vittime costrette in grado di avvicinare senza sospetto quel numero di soldati posti a guardia del “Maglio” lontano dall’abitato di Sombico.
Un Maglio efficiente era considerato un macchinario molto importante da custodire e proteggere da tutto quello che poteva danneggiarlo e con le fucine per le colate adiacenti, bastava incendiarlo e la forgia del metallo smetteva di produrre armi e ferro lavorato.
Almeno 5 o 6 militi dormivano, presso la fucina, l’ultima notte della loro esistenza.
Intanto che la campana scoccava il segnale per tutti i congiurati, il veleno faceva il suo terribile effetto? Non fu sparso sangue in quella notte? Si usò solo del semplice veleno in bottiglie di vino? Nella abitazione nessuno toccò del vino, usato solo per ubriacare l’ospite? S'inscenò un motivo festoso per l’occasione e anche questo è possibile. Con del veleno a disposizione, perché usare a rischio dei coltelli contro soldati ben più abili nel maneggio delle armi?
Il veleno, e se fu usato questo, oggi ne potremo ricostruire l’esatta dinamica dei fatti e trasformare una leggenda tramandata in una realtà storica. Come può una leggenda antica di secoli dimostrare qualcosa di vero? Anche questo diventa imperativo per un saggio ricercatore, a patto  che non si accontenti di superficialismi ascoltati tra il crederci e lo scetticismo ottuso di chi non presta orecchio ad altri fatti.

… la leggenda è riconosciuta da una famiglia in Sombico e il capofamiglia è un valente muratore professionista che ha lavorato per tutta la sua vita nel borgo vecchio di Canzo con altri suoi colleghi muratori e chi va per vecchie case abbattendo mura marce e rifacendo pavimenti o solo scavando nuove fondamenta, per erigere nuovi manufatti, che cosa trova? … trova forse ossa ricoperte o accompagnate in buche con armi, elmi, spade, alabarde di foggia antica? … magari spagnole?

Ascoltai distrattamente delle esclamazioni, anni fa, in cui un muratore addetto alla manutenzione dello stabile in cui vivo da 43 anni, dire che aveva trovato altri scheletri sepolti sotto la pavimentazione di un opera di ristrutturazione in corso, scherzando disse che i canzesi seppellivano i morti sotto i pavimenti di casa e dentro i muri, aggiungendo che erano però soldati. Poco interessato e questo ultimo fatto e sentiti per anni altri ritrovamenti subito messi a tacere, chiesi, senza nessuno riflessione, se erano soldati tedeschi? Mi rispose, ma no! Sono sempre gli spagnoli, troviamo solo quelli e sono morti per la peste.
Non m’interessava la cosa e l’argomento cadde in un sorriso salutando il muratore, fini lì, senza seguito.
Ora, chi seppellirebbe degli appestati sotto i pavimenti? Perché solo soldati e nessun ossario civile è uscito allo scoperto? Dove e perché sono finiti questi resti e messo a tacere i fatti che si sono ripetuti è facile da intuire, e ora parlarne addirittura come scomoda verità da sostenere, a difetto di chi ha nascosto e protetto i ritrovamenti. Credo che ogni paese ha i suoi scheletri nell’armadio e ogni persona i suoi personali e di questi, non m’importano le responsabilità.
Da ricercatore storico mi dedico alla pura realtà basata solo su prove certe e una leggenda lo è, perché alla sua base una parte di verità c’è sempre. Non ci sono leggende senza l’inizio di una verità e questa verità diventa come causa la spinta che crea effetti nel tempo, gli effetti sono delle risonanze e come voci mai spente, diventano echi rimbalzando da generazioni ad altre successive per continuare nel tempo. Io ne ho voluto parlare, un’eco di voci sopite, di casuali dichiarazioni, di racconti ascoltati dalla maestra, di una leggenda affermata da una famiglia, da un muratore onesto nel dire solo quello che ha trovato e visto, ho ascoltato e la leggenda ha preso consistenza come una realtà accettabile fino nei suoi più nascosti particolari.
Cosa ne fosse uscito, se per onor del vero si fossero esaminati i resti dei cadaveri rivelando una morte violenta o una data per veleni?
Morirono un gruppo di uomini assassinati nel silenzio cupo di una notte d’angoscia, di frenetico lavoro per farne sparire per sempre le tracce, i corpi ancore caldi rovesciati nelle fosse scavate in tutta furia, tra paura e sudore dentro la propria casa, sotto i piedi per il resto della vita di questa gente capace di atti innominabili ma dettati dal forte istinto per sopravvivere. Di certo nessuno dormì in quelle ore, anche chi non uccise tremò di fronte al terribile segreto da custodire, che sarebbe successo al cambio del presidio o non trovando nessuno a guardia del villaggio, insospettiti gli spagnoli ne fosse uscita una strage per vendetta? Rimase davvero impunito l’assassinio?
Fatti di violenza o stragi militari contro popolazioni inermi, non si contano neppure nei secoli bui della Vallassina e se in seguito le famiglie di Canzo ebbero a soffrire le cause del misfatto liberatorio, nessuno ha parlato di questo e l’aspettarsi prove scritte neanche immaginarlo, a nessuno interessavano le cronache dei misfatti e da nessuna parte si volevano prove contro, o a favore, da rendere conto. Tutto finiva dove incominciava, senza lasciare tracce. I segreti rimanevano sepolti a fatica nei testimoni e solo da questi uscivano i sospiri, i rimorsi, i singhiozzi da tramandare nel tempo attraverso le generazioni. Leggendo, qualcuno potrebbe dire che ci sono delle fantasie esagerate per rendere i fatti molto interessanti e romanzati in questa descrizione. I Vallassini, abitanti di una valle che forse prende davvero il nome da assassini per fama acquisita, si leggono negli annali che in battaglie lasciavano i resti dei nemici fatti a pezzi sparsi lungo i luoghi d’accesso come ponti e bivii, come prova della fine riservata a chi superava quei corpi straziati. Combattivi e anche astuti forse per merito di capitani come il Curioni o il Pellicone, valenti uomini d’arme nativi della zona, capaci di preparare all’occorrenza milizie armate e ben addestrate per difendere i propri averi. Dopo tutto ci furono Vallassini al seguito delle crociate sotto il vescovo Anselmo VI° a prova della pugna capace di uomini nati sul nostro territorio montano e i numerosi castelli segnano lunghi anni di scorribande e di battaglie risapute, come quella di Barne che lasciò un numero alto di 200 caduti sul terreno, per quei tempi davvero molti per una sola battaglia.
Senza aggiungere se pur ipotesi, se i fatti sono veramente sono questi mi chiedo almeno due aspetti da mettere in evidenza; il primo quello della cospirazione, che per essere stata messa in atto doveva almeno assicurare un certo esito positivo e non un rischio da pagare caro. Il secondo e non del tutto da trascurare, quello che poteva succedere dopo l’assassinio della guarnigione.
I congiurati ebbero del tempo per mettere a punto il piano e in questo spazio devono avere visto che i militi rimanevano in permanenza per lungo tempo senza cambio di uomini, senza improvvise ispezioni e forse nessuno o quasi si ricordava di questi bravi. E questa ipotesi vale ben poco, perché il Maglio produceva ferro laminato e forse anche armi forgiate e qualche traffico per trasportare il ferro a Milano nelle botteghe di via Spadari dei Negroni/Missaglia riconosciuti e famosi armaioli doveva pur esserci e non trovare nessun armato al presidio non destò sospetto?
Sulla prima ipotesi, la congiura di compiere la strage, fu veramente orchestrata dagli stessi abitanti vessati o si trattò di una rivalsa voluta da qualche interesse venuto da fuori che ben sapeva che la scomparsa della guarnigione spagnola poteva essere dimenticata da qualche responsabile avido ed ingordo di denari? Questo spiegherebbe l’ardimento dell’impresa dei canzesi, la garanzia successiva sull’assenza d’indagine da parte spagnola e sulla continuità di una lavorazione bellica evidente che non poteva interrompersi improvvisamente senza destare curiosità.
Mercanti d’armi come i Negroni/Missaglia avevano contatti in tutta Europa e conoscevano amici e nemici con i traffici di servire entrambi le fazioni dei contendenti e questi tra francesi, asburgici, spagnoli e altri interessati alle armi, poco importava da che parte stare ed i primi a sapere, le possibili variazioni dei giochi di potere, secondo me, erano proprio i Missaglia e da tali orchestrare un volta faccia liberandosi di un pugno di soldataglia ignorante a spese di qualche bifolco inferocito, geloso delle sue donne prese a piacere, bastava per cambiare le sorti in campo.
Altrimenti senza questa ipotesi aggiunta, come spiegare come mai tutto proseguì indisturbato e senza né danno né chiasso sulla scomparsa di militi e delle loro ossa ritrovate 500 anni dopo?
So anche che la cessazione dell’estrazione del ferro ha varie motivazioni che ho trattato in altre ricerche sui miti e misteri dei canzesi d’un tempo andato, perché finì quasi improvvisamente e la valle di Canzo prese la strada dell’economia agricola e dell’allevamento bovino, che del tutto non era certo stato trascurato insieme alla pastorizia, per la lavorazione del ferro. Si legge che “le bocche del diavolo”così chiamarono le fornaci che alimentavano i croglioli per le colate del ferro, si spensero solo per la mancanza di legna da ardere dopo che l’intera valle si spogliò completamente di alberi. Da dire è che sul passato minerario di Canzo è caduto un profondo silenzio e sono in molti a smentire che siano davvero esistite tanto che per anni sistematicamente si chiusero tutte le aperture d'ogni ingresso non appena ne era scoperto un anfratto. Una precauzione inutile dal momento che le antiche cave erano allo scoperto.


Note personali. Proprietà privata.       “Copia ceduta in visione“
Archivio N° 512.                                                                                   1-2-009.

Dante Gerosa.


Note aggiuntive.

Nel 1523 una truppa spagnola al comando di Giovanni d’Urbino con un numero rilevante di archibugieri e cavalli, porta morte e distruzione nel borgo di Canzo a quel tempo affidato al Pellicone per ordine del Meneghino.
Nel 1527 il Pellicone presidia il castello di Monguzzo resistendo a Gian Giacomo de Medici e alle truppe milanesi.
Date che provano il susseguirsi di battaglie in cui la gente era continuamente chiamata alla pugna e ci troviamo nel bel mezzo della Guerra Dei Trentanni e queste continue contese e le morie date dalla peste del 1346 che imperversò seminando morte in tutti i villaggi conosciuti, spiega come demograficamente si riduceva al minimo il numero degli abitanti Vallassini.


Personale.

Il Giornale ringrazia

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