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 Patton ... story.

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Sven Hassel
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Sven Hassel

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Patton ... story. Empty
MessaggioTitolo: Patton ... story.   Patton ... story. EmptySab 27 Ago - 20:50:34

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George Smith Patton (San Gabriel, 11 novembre 1885Heidelberg, 21 dicembre 1945) è stato un generale statunitense durante la seconda guerra mondiale, grande esperto nell'impiego dei mezzi corazzati.

Era dotato di una solida personalità e di un carattere impulsivo, eccentrico e risoluto, che gli valsero il soprannome di "generale d'acciaio"; all'apice della carriera amava girare con un revolver Colt S.A.A. dall'impugnatura in avorio e una cintura da cowboy, senz'altro fuori ordinanza ma assai funzionale alla costruzione mediatica del personaggio-guerriero che egli amava da sempre interpretare.

George Smith Patton nacque a San Gabriel, un sobborgo di Los Angeles, in California, l'11 novembre 1885; proveniva da una ricca famiglia di antica tradizione militare, infatti suo nonno era un eroe della Guerra di secessione americana. Nel 1909 uscì ufficiale di cavalleria dall'accademia militare di West Point, dove era entrato all'età di quattordici anni.



Nel 1912 il giovane Patton partecipò alla V Olimpiade a Stoccolma nella gara di pentathlon moderno, inserita per la prima volta nel programma olimpico. Iniziò con un modesto ventesimo posto nella prova di tiro (150 punti su 200), ma recuperò posizioni nelle prove successive. Fu settimo nel nuoto (300 metri in 5'55"6), quarto nella scherma (20 scontri vinti e sole 4 sconfitte), sesto nell'equitazione (percorso netto di 5 km e 17 ostacoli in 10'42"), ed infine terzo nella corsa (4000 metri in 20'01"9). Nella classifica finale fu quinto, dietro a quattro atleti svedesi.

Acquisì un certo bagaglio di esperienza militare al fianco del generale John Joseph Pershing, nella campagna del Messico (1916-1917) contro Pancho Villa; durante la spedizione contro Pancho Villa in un conflitto a fuoco uccise Julio Cardenas, il braccio destro di Villa, e venne per questo promosso al grado di capitano. Seguì Pershing anche quando quest'ultimo fu messo a capo della spedizione americana in Europa, allo scoppio della prima guerra mondiale. In Europa, accumulò conoscenze per quanto riguarda l'utilizzo dei carri armati.

Nel 1939 fu promosso tenente colonnello; l'anno seguente, allo scoppio della seconda guerra mondiale, divenne Maggiore Generale** e, dopo aver conseguito alcune specializzazioni (ancora nell'uso dei mezzi corazzati), nel 1941, fu messo a capo della 2ª Divisione corazzata e nel 1942 comandò lo sbarco in Marocco alla testa della sua divisione corazzata. Dopo il disastro di Kasserine pass fu nominato comandante delle forze americane in nord Africa col grado di Tenente Generale***; in Tunisia comandò il ricongiungimento delle forze statunitensi con quelle dell'8ª Armata britannica di Bernard Law Montgomery. Tra i suoi più stretti collaboratori in questa fase della guerra c'era l'allora Maggiore Generale** Omar Bradley.



Il generale George Patton ebbe il comando della 7ª Armata statunitense impegnata nello sbarco in Sicilia, avvenuto il 10 luglio 1943.

Nei giorni successivi allo sbarco sembra avvennero diversi sanguinosi eccidi operati dalla settima armata statunitense. Il più atroce fu l'uccisione di sessantatré soldati italiani, catturati il 14 luglio durante la battaglia per la conquista dell’aeroporto di "San Pietro" a Biscari (oggi Acate).

L'esecuzione fu compiuta dal sergente Horace West, che da solo uccise trentasei soldati italiani prigionieri, e dal plotone del capitano John Compton, che uccise trentasette italiani (West e Compton militavano, entrambi, nella 45ª Divisione).

Questo terribile atto fu reso pubblico grazie ad una denuncia fatta da un cappellano della 45ª Divisione, il colonnello William King. La testimonianza del cappellano permise lo svolgersi di un regolare processo, dal quale emerse la colpevolezza del sergente Horace West. Effettivamente colpevole, West fu condannato all’ergastolo, ma non scontò neppure un anno della pena che gli era stata impartita. Il governo statunitense era infatti preoccupato dalla possibilità che la notizia di quei delitti potesse diffondersi nel mondo, mettendo in pericolo la vita dei prigionieri americani. L'immagine americana poteva essere fortemente compromessa, soprattutto davanti all'Italia, con la quale gli Stati Uniti avevano da poco concluso l'armistizio (8 settembre 1943).

Il capitano John Copton, che si difese dicendo di aver eseguito soltanto gli ordini del comandante generale (Patton), al contrario di West, venne assolto dall'accusa di aver compiuto il massacro. È noto (attraverso dichiarazioni rilasciate da decine di soldati ed ufficiali, i quali testimoniarono al processo sui crimini di Biscari), che il generale Patton avrebbe detto ai suoi militari prima dello sbarco:


« Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali! »

(George Smith Patton)
C'è da precisare che tutte queste tesi non furono mai del tutto chiarite.



Ufficiali e soldati, i quali avevano lavorato al fianco del generale Patton e avevano avuto modo di conoscerlo, hanno affermato che una persona di quello stampo non avrebbe mai potuto ordinare un massacro. Esiste la testimonianza di un amico di George Patton, il generale Everett Hughes, il quale scrivendo al capo dell’ispettorato di Washington, dichiarò:


« Sono convinto che non ha mai ordinato di eliminare i prigionieri. Sono convinto che sia un combattente che guarda alla realtà della guerra e fa quello che pochi nel nostro esercito hanno il coraggio di fare: parla apertamente di uccidere. George crede che il modo migliore di accorciare la guerra sia ammazzare quanti più tedeschi, il più in fretta possibile. »


Tutta la vicenda, ancora oggi, rimane avvolta nel mistero.

È anche noto (da affermazioni contenute nel diario personale del generale) che Patton ritenesse i siciliani poco valorosi, vili e troppo arrendevoli. Ad esempio racconta nel libro "Patton Generale d'acciaio" a pagina 64 che "quando stavamo combattendo nelle vicinanze della città (Gela, ndr), gli abitanti erano, a dire il meno, poco amichevoli; ma da quando abbiamo dimostrato che eravamo in grado di battere sia i tedeschi sia gli italiani, si sono perfettamente "americanizzati" e impiegano il loro tempo a chiederci sigarette". Non mancano però gli elogi al popolo italiano nel suo complesso. Al vicario del cardinale disse "sono rimasto sconcertato della testardaggine e dal coraggio degli italiani; testardi perché combattono per una causa persa, coraggiosi perché erano italiani". Gli episodi e i giudizi espressi da Patton sono molti e sempre influenzati dalle circostanze, non tali sicuramente da farlo sospettare di strage.

Altri massacri avvennero tra il 12 luglio e il 14 luglio 1943. I soldati americani spararono a sangue freddo contro prigionieri italiani e tedeschi a Comiso, dove sessanta soldati italiani e poco dopo cinquanta tedeschi vennero fucilati; a Canicattì gli americani aprirono il fuoco su una folla di civili provocando la morte di almeno sei persone.

La spedizione in Sicilia si concluse il 17 agosto del 1943 quando lo sconfitto esercito tedesco abbandonò l'isola e si ritirò in Calabria.

La campagna di Normandia


George Smith Patton, 30 marzo 1943.

Terminata la campagna di Sicilia, George Patton fu richiamato in Gran Bretagna; fu messo a capo della 3ª Armata alcune settimane dopo lo sbarco in Normandia avvenuto il 6 giugno del 1944; durante la battaglia di Normandia si distinse in maniera particolare nelle operazioni di conquista di alcune importanti città francesi come Nantes, Orléans, Avranches, Nancy e Metz. Respinse in maniera esemplare la controffensiva tedesca delle Ardenne, (16 dicembre 1944), contrattaccando e mettendo in fuga l'esercito tedesco[. Riprese l'avanzata e, superato il Reno, si spinse fino a Plzeň, al confine cecoslovacco; qui l'ordine diretto del generale Dwight D. Eisenhower gli impedì di continuare l'avanzata verso Praga (che venne raggiunta dalle armate corazzate sovietiche del Maresciallo Konev l'11 maggio 1945) costringendolo a fermarsi e a congiungersi con le truppe sovietiche provenienti dall'Austria (forze del 3°Fronte Ucraino del Maresciallo Fedor Tolbuchin ).



Sulla questione gli storici discutono ancora e se non mancano i dietrologi che imputano ad Eisenhower una certa "mollezza" politica per aver voluto evitare una grave frizione con l'alleato sovietico; la maggior parte degli storici pensa invece che la sua avanzata avesse creato un grave e pericoloso squilibrio nella linea strategica attentamente tracciata e fatta eseguire da Eisenhower, noto per le sue grandi capacità di organizzatore e stratega.

In una sua dichiarazione espresse la sua simpatia per il partito nazista (non diverso, a suo dire, da ogni altro partito, quello democratico o quello repubblicano degli USA). In altre dichiarazioni pubbliche non nascose il suo pregiudizio anti-ebraico, dichiarandosi per di più a favore di un'azione congiunta anglo-americana e tedesca in funzione anti-sovietica, dal momento che a suo dire l'URSS era nemico assai peggiore di quello nazista che aveva così potentemente contribuito a sconfiggere.
Ciò ne provocò la disgrazia politica e dal generale Eisenhower (suo vecchio amico finché non esagerò con le sue posizioni politicamente inopportune) fu pertanto assegnato al comando di unità non combattenti, il che ne accentuò lo stato depressivo che egli già sentiva incombente per la fine delle ostilità, così antitetiche rispetto ai suoi ideali di autentico uomo di guerra. Tutto questo è attestato dal contenuto delle lettere inviate ai familiari in patria.

Il 9 dicembre 1945 rimase coinvolto in un incidente stradale; ad un incrocio la sua macchina si scontrò con un autocarro, nessuno di quelli a bordo rimase ferito, tranne Patton, il quale seduto sul sedile posteriore, venne sbalzato in avanti e, urtando violentemente la testa sul sedile anteriore, si provocò la rottura dell'osso del collo. Pur avendo riportato irreversibili e gravi traumi, riuscì incredibilmente a sopravvivere, tra atroci sofferenze, altri dieci giorni. Mentre sembrava che le condizioni si fossero ristabilite, morì di edema polmonare e congestione cardiaca, alle 17.45 del 21 dicembre 1945 all'età di sessant'anni.







... un'altro mito americano da prendere con le molle insieme ad altre caricature ricoperte d'eroismi che se conosciute a fondo diventano più da dimenticare che da ammirare. I veri eroi sono i perfetti sconosciuti che non lasciano tracce.



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